Viti che resistono

Tra gli appassionati di vino si comincia a sentir parlare di un qualcosa che già da tempo anima il dibattito agronomico del mondo vino. Si tratta della classe di vitigni definiti “vitigni resistenti “. Ovvero di varietà di vite particolarmente resistenti alle malattie fungine. Questi vitigni sono degli incroci sviluppati tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento in Francia, con l’obiettivo di combinare la resistenza delle viti americane a oidio e peronospora, oltre che alla fillossera,  alle qualità enologiche e organolettiche delle varietà europee.

L'unica via possibile per arrivare al risultato era, ora come allora, l'ibridazione: la fecondazione fra specie di vite diverse ma geneticamente affini. Il processo di selezione dei vitigni resistenti ai funghi prevede la creazione degli incroci, che porta ad ottenere delle piantine da seme che vengono poi esposte al fungo. Successivamente, sono selezionati gli esemplari resistenti che dovranno poi essere valutati dal punto di vista enologico. Il processo di selezione è lunghissimo, basti pensare che per il Regent, uno dei primi vitigni resistenti messo in commercio, ha richiesto più di trent’anni.

Per la maggior parte i vitigni resistenti sono di origine tedesca perché negli ultimi anni è stata la Germania a comandare la ricerca in questo campo. Il nome per esteso sarebbe pilzwiderstandfähige (resistente ai funghi in tedesco) che per amore della vocazione internazionale di questo progetto è stato prontamente abbreviato in PIWI.

In Italia sono il  Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia le regioni più all’avanguardia in campo di vitigni PIWI, con progetti portati avanti dai più affermati centri di ricerca sulla viticoltura. I maggiori vitigni resistenti sono stati iscritti al Registro italiano nel periodo che va dal 2013 al 2015 e sono il Bronner, il Cabernet Carbon, il Cabernet Cortis, il Gamaret, l’Helios, il Muscaris, lo Johanniter, il Prior, il Regent e il Solaris. Queste varietà sono ammesse alla vinificazione ma non sono tuttora utilizzabili per la produzione di vini a denominazione di origine. La legislazione dell’Unione Europea permette, infatti, di produrre vini a denominazione d’origine solo da varietà di Vitis vinifera. Anche per questo la ricerca sta evolvendo e ora si sta sperimentando la nascita di autoctoni resistenti, ad esempio, la Glera, il vitigno del Prosecco.

Ma quali sono le motivazioni che spingono ad investire nella ricerca e sviluppare queste tipologie di vitigni?

La prima è la consapevolezza che quello che mangiamo e beviamo deve essere più sano. Per scampare alla proliferazione di funghi nel vigneto, infatti, le soluzioni principali sono due: fitofarmaci o applicazione di rame e zolfo. La ricerca sui vitigni PIWI nasce per studiare una strada alternativa. Ad oggi i vitigni resistenti offrono la soluzione migliore per chi ricerca una viticoltura esente da interventi fitosanitari. Utilizzando le varietà di vite resistenti alle crittogame i viticoltori hanno la possibilità di ridurre fortemente, se non addirittura evitare completamente, i trattamenti fitosanitari. Come afferma il Prof. Attilio Scienza: “Lo scopo è trovare un rimedio a un male noto, cambiando strada. A una malattia più grave non corrisponde per forza un farmaco più potente”.

La seconda motivazione è che l’utilizzo di questi vitigni porterebbe anche un vantaggio di tipo economico poiché il vino sarebbe meno costoso da produrre, grazie alla diminuzione del rischio di perdita di parte del raccolto, divenuto sempre più pressante a causa dei cambiamenti climatici, e alle minori spese per spargere zolfo e altre sostanze.

 

E quali sono invece i freni allo sviluppo di queste nuove tipologie di viti?

In buona parte la frenata è dettata dalla diffidenza e dalla confusione derivata da una scarsa conoscenza. Qualcuno confonde le operazioni di incrocio e selezione con le pratiche OGM, che sono tutt’altra cosa. Perciò l’affermazione ricorrente secondo la quale queste pratiche siano una violenza sulla natura risulta del tutto inconsistente. Ricordiamoci che la maggioranza delle viti in Italia crescono su portainnesti che garantiscono l’immunità dalla fillossera. Dagli incroci alle selezioni clonali, l’uomo è sempre intervenuto per addomesticare la vite.

L'obiezione più forte all’utilizzo di vitigni resistenti si basa sull’assunto che quest’ultimi siano incapaci di riflettere il terroir d'origine, e di competere in termini di complessità, eleganza e qualità con i tradizionali. In realtà questo poteva forse essere vero nella prima fase storica di sperimentazione quando nei vini si percepiva molto l’eredità conferita dai vitigni del Nuovo Mondo: sapore selvatico, aromi vegetali e in alcuni casi produzione di metanolo.  

Tutto questo ormai non è più vero, in quanto la ricerca ha fatto passi avanti tali che in alcune degustazioni alla cieca molti non sono stati in grado di riconoscere quali fossero i vini da vitigni resistenti. Io stesso ho assaggiato vini prodotti da vitigni resistenti e non ho saputo trovare una differenza a livello organolettico.

Ci troviamo davanti al futuro del vino, un futuro più vicino di quello che possiamo immaginare, fatto di lotta al cambiamento climatico e sostenibilità e ci dobbiamo approcciare con fiducia e senza preclusioni dettate dalla diffidenza.