Villa d’Este, a Tivoli

A Tivoli i Romani dell’Antica Roma dovevano starci proprio bene: la modesta altitudine e le fresche acque dell’Aniene già allora la rendevano un luogo di delizia e di tranquillità. E a Tivoli oggi si va soprattutto per vedere l’opera di uno dei più grandi imperatori romani, tra i più duri ma anche più sensibili, colto, ispirato, sentimentale. Adriano volle qui realizzare il nido d’amore cantato da Marguerite Yourcenar in uno dei più toccanti e delicati scritti del ‘900, con le “Memorie” che ci hanno reso noto la vita romanzata di un altrove temporale in cui la temperie morale era tutt’altra.

Ma non solo il Divo amò queste plaghe: poco discosto infatti un altro sito in felice posizione sarebbe poi stato scelto per la costruzione della sontuosa villa dei Cardinali d’Este, nel ‘500. L’ideatore del colossale progetto, Ippolito d’Este, ebbe alterne fortune, nella gloria o nella polvere a seconda di quali mani governassero il soglio di Pietro. Ma tra luci ed ombre, investendo le immense fortune cardinalizie, riuscì al fine a consolarsi dall’aver abbandonato gli agi dell’amata Ferrara, perché sì, era proprio Este di quel ramo.

Il disegno di Pirro Ligorio, archistar dell’epoca, fu portato a termine con colossale dispendio di mezzi: richiese non solo parecchi lustri, ma anche un vero e proprio esercito di lavoranti, artigiani e faticatori di ogni specie, da semplici spaccapietre a validi artisti dell’epoca. SI pensi solo alla escavazione dei cunicoli necessari a deviare una notevole portata d’acqua dal vicino Aniene fino alle decine e decine di bocche d’acqua degli sterminati giardini all’italiana. Ippolito fece giusto in tempo ad inaugurare la Villa, presente il Papa Gregorio XIII nel 1572, appena prima di passare a miglior vita pochi mesi dopo.

Gli Este governarono la grande villa di Tivoli con passione, e continuarono ad abbellirla, arricchirla, manutenerla: fino al secolo XVIII quando per le vorticose vicende politiche dell’Italia dell’epoca la villa finì agli Asburgo. Ben meno interessati alla residenza, che la lasciarono deperire e deprivare di molte delle opere e masserizie d’arte. Ci pensò un Hohenlohe a ridarle splendore, tanto che Listz vi trascorse stagioni liete e faconde. Poi litigi sulla proprietà, guerre, politica, finio a quando la Villa passò allo Stato italiano che la aprì al pubblico, negli anni 20/30 del secolo scorso.

Oggi arrivando a piedi dal centro di Tivoli sorprende la sobrietà del prospetto rivolto al paese: è solo varcando diversi archivolti che la Villa esplode nella sua maestà. Il lato nobile infatti è rivolto sui giardini, una gigantesca coreografia in cui il rumore più evidente è quello delle bocche d’acqua, delle fontane, delle cascatelle e cannelle che ovunque sgorgano. Mitologia, romanticismo, il gusto del tutto tipico per il ricordo (fintamente) antico: una passeggiata tutta in discesa, con scivoli e scale scolpite nella verzura, in cui di tanto in tanto si aprono slarghi abbaglianti in cui i riferimenti classici sono debordanti. Un monumento di grande impegno sia dal punto di vista della manutenzione che della conservazione, ma che al momento appare gestito con cura notevolissima.

La visita, corroborante anche fisicamente per i numerosi saliscendi, offre panorami struggenti e viste mozzafiato, e l’iconografia dei giardini e delle fontane, letteralmente travolgente, è spiegata con una dovizia sufficiente a seguirne le peripezie. Da perderci un’ora o due, o una mezza giornata per i tranquilli e i curiosi: ma ogni minuto è ben speso tra tanta italica bellezza.