Una freccia nell’Arco

C’è chi dice che il nome Arco, ridente cittadina della Provincia Autonoma di Trento, deriva dalla disposizione a ferro di cavallo del borgo medievale costruito attorno al castello, di cui si ha notizia fin dal 1200. C’è chi dice che deriva dal latino Arx, cioè rocca, e sempre del castello si parla.

Perchè Arco, e la piana gentile in cui dilaga il lago nella sua parte più nordica, per secoli è stato oggetto di grandi bramosie da parte di potenti e potentati, tanto che si contano innumeri saccheggi e devastazioni e cambi di mano. Imperatori, vescovi, vassalli valvassini e valvassori: prima gli Ezzelini, poi Visconti, Scaligeri, poi gli Asburgo e infine, dopo la Prima Guerra, i Savoia. 

Eventi storici di secondo piano, di quelli che non si scrivono in grassetto sui manuali, ma che hanno segnato il meticciato di un territorio dal clima mite, infiorato - letteralmente - dalle correnti del Garda che risalgono fino al Trentino rendendo così poco continentale la meteorologia di quei luoghi. Tanto da rendere Arco e le sue vicinanze gradite al soggiorno: fin dal neolitico, per le popolazioni. In tempi più recenti, al turismo che gli operatori di marketing chiamano “altospendente” che caratterizza le coste dei meravigliosi laghi italiani.

Da Riva a qui è un fiorire di Hotel di prestigio, in cui il benessere è la priorità, il comfort una necessità, l’accoglienza del cliente più esigente una vocazione.

Non a caso proprio sulla strada che sale ad Arco dal Lago, ammirando i massicci circondanti, si incontra il locale di Peter Brunel, che porta il nome del suo deus ex machina. Abbonato a riconoscimenti prestigiosi pur ancora giovane, lo chef fassano mette in scena una rappresentazione cosmpolita della sua cucina: che non prescinde dalle ispirazioni globali pur insistendo su una chiara visione del luogo e del tempo.

Dunque il burro della Normandia accanto all’Olio del Garda, ispirazioni sudamericane e latine - il ceviche, il gazpacho - accanto a un risotto mela e frutti rossi, merluzzo e mango a fianco del piccione al Vino Santo e le spugnole.

Un rappresentazione si diceva: perfetta nelle movenze e nelle preparazioni, in cui non sono ammesse esitazioni nè increspature in tavola e nei bicchieri, in un locale che è un puro cubo di cristallo in cui la luce entra a fiotti e tutto si muove a ritmo senza lasciare spazio all’imprevisto.