Triora, le streghe e le pietre

C'è nell'aria una sorta di attesa dell'evento, qualcosa di misterioso: o forse addirittura mistico, mentre calpesti con suoni secchi e passo fiaccato dalle pendenze le pietre acciottolate dei selciati di Triora. C'è quell'aria di sorpresa e di tempo fuori luogo che attende spesso il viaggiatore che incolpevolmente sale dal mare all'entroterra Ligure: inopinatamente prezioso, inaspettato, spiazzante. Perché la Liguria è il mare ai tempi nostri, con il nastro ferroviario appeso al litorale e la siepe di alberghi a fronteggiarne il blu cupo, ma è l'entroterra in cui si sono costruiti miti e leggende. Il sale, i passatori, i contrabbandieri, il confine. Le Streghe.

In effetti un po' di stordimento, tra gli anfratti i sottoportici e le superfetazioni millenarie di pietra e sassi ti vien di provarlo. Che sia per le mille curve che ti menano lassù, passato il ponte di Molini di Triora, che sia l'imperante elicicoltura, che siano le denominazioni rimaste incastrate nell'immaginario dei meravigliosi prodotti dell'agricoltura "eroica" di queste bande: le olive di Taggia, i fagiuoli di Pigna, le zucchine trombette. Il vino, oh il vino, il turgido e fiammeggiante Rossese che da Dolceacqua sparge il suo rubino tutt'attorno. E il confine che aleggia a pochi chilometri di strade scomode e sentieri e declivi.

Oppure sarà quell'idea delle streghe: quando verso la fine del Cinquecento - allora Triora era importante roccaforte di Genova - una devastante carestia si abbatté sulla città fu individuato nel Maligno la ragione della drammatica situazione, e ben venti donne furono incarcerate per stregoneria, accusate - ovviamente da uomini - di operare sotto l'influenza demoniaca. Sottoposte a indicibili torture come amabile abitudine degli inquisitori - maschi, inutile dirlo - confessarono come confessano i torturati: qualsiasi cosa pur di mettere fine al dolore, e altre donne furono incarcerate. I giudici, guarda caso, maschi, le rinviarono a giudizio a Genova dopo che un paio di esse persero la vita, e il gran clamore del processo giunse al Doge di Genova prima e in Vaticano poi. Dalle cronache del tempo si sa che un sacco di uomini ebbero modo di dire la loro sul tema, molto contro solo alcuni nel dubbio, fino a che l'inconsistenza delle accuse, il malcontento e le sofferenze fecero calare l'ombra sul tema. C'è chi dice che le donne rimaste in vita alla fine sono tornate libere, ma non è dato di sapere.

Certo è che la casa dei Megia, che divenne carcere per quel tempo oscuro, oggi è la Casa delle Streghe, ed è più di una curiosità. Certo è pure che una gita a Triora lascerà segni indelebili negli occhi e nelle coscienze dei viaggiatori, anche se la bellezza estrema e dolente di questi luoghi fa di tutto per obliterare la stupidità dell'uomo, reiterata nei secoli. L'unica cosa incontestabile delle Streghe di Triora è che il posto, quello sì, ti lascia stregato.

"...una notte tentata dal diavolo procurò la fuga con guastore una sua veste che aveva indisso et accomodarla a guisa di benda, ma non l'essendo cascò subito che fu fuori dalla finestra"
[dagli atti del processo, 1588]