Roma, d'estate

Roma d'estate, non fosse per il calore subtropicale e i colori sfacciati folgorati dalla luce del sole potrebbe ricordarti il mare d'inverno; proprio "solo un film in bianco e nero visto alla TV", ma di quelli degli anni '50 con Aldo Fabrizi che girava in bicicletta, o un giovine Alberto Sordi che evoluiva a Bocca della Verità deserta di gente e di autovetture. A Roma d'estate puoi andare dall'EUR al Portonaccio in venti minuti, attraversare Cristoforo Colombo a passo lento, vedere l'altro lato della strada senza imbriacarti di lamiere roventi. Roma d'estate è un luogo a parte, è il corpo di una dea dimenticata in un angolo e riscoperta a tratti tra sbuffi di luce e zaffare di polvere.
Roma d'estate è la città degli accenti, posati a caso sul tanto di bello e sul tanto di brutto che l'Urbe sa offrire senza pudore e senza ritegno. L'immenso accanto all'abisso, la meraviglia accanto all'orrore, come e più del solito.

Corpo di dea violato dai suoi sacerdoti, che dell'amministrazione hanno fatto strame rendendo la cosa pubblica inabitabile, reietta, mal segnalata, impraticabile. Violato dai suoi sudditi che ne suggono gli umori nutrendola di bruttezze e porcherie, gettandola in pasto alle erbacce, alle robe vecchie, alla ruggine, ai rottami. Ai cartoni bagnati, alle pareti dipinte male e bene nello stesso tempo. Alle ricostruzioni imprevedibili, alle situazione ingestibili. Solo a Roma - e forse a Dehli, o a Mexico City, o Napoli - poteva sorgere Corviale. Solo a Roma puoi trovare Massenzio e Caracalla a fianco delle case di cartone, abusive e abusate, di fildiferri corrosi, tavole di compensato piegate e piagate. Strade tagliate nel mezzo da spartitraffico posticci come zigomi al botulino, transenne dimenticate da chissà quale rivistazione urbanistica.

Eppure a Roma trovi la verzura, come altrove è rara cosa: gli spazi immensi, i reperti di ogni stagione. E ancora, l'immenso e l'abisso tra la gente e tra le cose.
È là che l'indegno estensore del presente, fotografica in mano, si aggira nella calura antimeridiana tra i vicoli interni di Tor Marancia: cubotti di case popolari riattati alla popolarità dagli immensi murales: tra condizionatori che gemono e superfetazioni d'alluminio zincato a chiudere un paio di metri quadri in più, una signora si sporge a guardare cosa ci fa il tipo con quella specia di tubo del gas in mano, il grande teleobiettivo. Le ombre sono nere, quasi perprendicolari; la luce è una colata di laminatoio direttamente sulla fronte e sulle mani; le erbacce, le griglie aranciate a chiudere le zone franche del quartierino, dove il selciato è divelto, il tondino di ferro esploso, i tombini scoperchiati alla luce. Eppure quei dipinti sprudentati tratteggiano il cielo in forme diverse, strattonando il naso all'insu per interminabili minuti, fino alle soglie del torcicollo.

Ti bastano pochi minuti sul viale per recuperare le forze, la vista e l'appetitito e cercare ristoro altrove, al Tuscolano Appio Latino: poco più di cent'anni fa qui s'ergeva il Velodromo, un anello sopraelevato di 400 metri adito a competizioni "ciclistiche, motociclistiche e motocalcio". Per farsi un'idea di cosa fosse quest'ultima disciplina occore scavare nei filmati d'epoca per trovare aitanti giovanottoni sempre con la sigaretta tra le labbra contendersi la palla in sella alle motociclette. Roma all'epoca stava espandendosi, e all'alba del 1960 si trasfromò sulla spinta delle Olimpiadi: un nuovo velodromo sorse all'EUR e il Motovelodromo Appio fu abbandonato, e poi demolito per fare spazio ad altri cubotti di appartamenti. Oggi resta solo l'altisonante "via del Velodromo" sulla traccia del lato lungo, il resto dimenticato. Salvo per l'Osteria del Velodromo Vecchio, che con tocco di famiglia e generosa sapidità porta in tavola una Roma sincera, senza abbellimenti nè acciaccature: la cacio e pepe è formidabile - e usa prodotti di qualità prima - la trippa si fa ricordare per il tocco di mentuccia, la tenerina fatta in casa è la chiosa. Bevi un vino fresco dei colli e non mancherà una lacrima di Amaro Mazzetti, tra i saluti.

Se invece preferisci lasciar scorrere il meriggio tra un giro turistico ai castelli e una siesta all'ombra dell'aria condizionata di una stanzuccia d'albergo, puoi attendere sera per disperanti a cercare parcheggio - ed infine trovarlo ma solo perchè è luglio alla fine - e sederti ad uno dei tavoli di Mamma Angelina, appeso tra Parioli e Montesacro, a Roma Nord, tra pettinati quartieri residenziali e la Circonvallazione Salaria. Frequentato dai residenti, affollatissimo, amato per la forma e la sostanza: quasi una rappresentazione teatrale del ristorante borghese accessibile, t'accoglie laureandoti subito "dottore" in qualsiasi specialità, con le appliques così datate da essere senza tempo e una sincera cortesia di maniera ma anche d'attitudine. Tavoli di stagionatissimi abitanti del quartiere, di giovani paghi d'un piatto e d'un bicchiere, microceleb di estrazione varia, e un generale corollario di benestanza tutto sommato misurata. Una storia ed un posizionamento - come direbbero a Milano - che si traduce in piatti romaneschi attraversati da brevi istanti di creatività e piatti di pesce. Le cozze con il pecorino, con burrosissimi gnocchi; i fritti; le polpette, qui con il purè e non con il sempiterno sugo; l'epigrammatico Baccalà al cartoccio.

Nella notte la Roma estiva si sveste della canicola e apre le porte al Ponentino, o quello che noi romatici forestieri pensiamo che siano questi refoli notturni delicati e freschi: ci muoviamo lesti e lenti nello stesso tempo, cento occhi per non incocciare camionette, taxi, monopattini, scooter, motociclette, vetturette, grosse berline, minivan, autobus, e rari pedoni.

Roma d'estate non si spiega: si beve alla goccia.