Orti tra le mura

Orto e giardino appaiono come entità concettuali ben distinte, anche se il termine latino “hortus”, intenso come luogo recintato atto alla coltivazione di piante, potenzialmente li descrive entrambi. Nel passato infatti, la distinzione tra orto e giardino non era così netta. Durante il Medioevo, l’orto-giardino all’interno di contesti urbani, ha conosciuto il suo massimo splendore, grazie all’influenza dei giardini persiani, elementi centrali nell’immaginario iconografico e letterario.
In Italia i primi orti urbani nascono in contesti religiosi. Furono proprio i monaci benedettini, infatti, a creare spazi verdi all’interno dei monasteri, per coltivare orti ed erbari a dimostrazione della capacità produttiva e farmacologica del monastero.
Successivamente, anche durante periodi terribili come quello a cavallo tra le due guerre mondiali, l’orticoltura periurbana ha avuto grande importanza. Basti pensare che in Italia, il regime fascista istituì l’Opera Nazionale Dopolavoro per promuovere la coltivazione degli orti come propaganda e sostentamento autarchico. Fu poi a partire dagli anni Settanta con i cambiamenti a livello culturale, politico e sociale, che il concetto di orticoltura urbana rinasce trasformandosi in un luogo di socializzazione, ambientalismo e coinvolgimento. In altre parole, non più orti di guerra, ma di pace.
Nel 2013 in Italia si stimavano circa 2,7 milioni di coltivatori arrivando nel 2017 a 20 milioni circa. Persone che, in un modo o nell’altro, approcciano orti, giardini e terrazzi, un po’ per passione o per risparmiare, ma soprattutto per la voglia di mangiare prodotti sani e genuini. Ancora oggi, tuttavia, si intende tale attività alla stregua di una moda un po’ naïfe, un modo per riallacciare quella relazione con la natura che la cementificazione dilagante ci ha fatto rimpiangere. 
Per comprendere le reali potenzialità dell’orticoltura urbana, bisogna infatti riportarla alla dimensione macro-sociale, introducendo il concetto di multifunzionalità, ovvero associare al modello produttivo, servizi di tipo “ecosistemico” e a sfondo sociale, all’interno di un progetto più amplio di sviluppo urbano. Non più quindi solamente una moda passeggera, ma un modello necessario ad affrontare le sfide economiche, ambientali e sociali delle nostre città. 
Sono tanti i modelli di agricoltura e orticoltura urbana sviluppati in tutto il mondo, che sia a scopo ricreativo, per produrre reddito o per approvvigionare cibo, l’agricoltura urbana aiuta a promuovere pratiche sostenibili ed ecologiche, come la produzione e la distribuzione di ortaggi e frutta a chilometro zero con un notevole risparmio energetico. Favorisce la partecipazione e la consapevolezza dei consumatori, che vengono coinvolti nella catena della produzione alimentare e nell’educazione all’ambiente. Il tutto senza contare il guadagno in termini paesaggistici per le città: gli spazi dedicati all’agricoltura urbana portano il verde all’interno delle aree cementificate, riqualificando a volte interi quartieri e dando molto spesso un sostegno concreto alle realtà in via di sviluppo, dove l’approvvigionamento alimentare è una necessità primaria.
L’orticoltura urbana unisce come nel passato i termini orto e giardino con spazi belli e funzionali all’interno delle nostre città, assottigliando sempre di più la differenza tra città e campagna perche rendendo omaggio all'antico adagio "si semina oggi ciò che si raccoglierà domani".