Maratea, James Bond e i colori che innamorarono Pavese

Se avete deciso di concedervi una pausa dalla lettura della Critica della Ragion Pura, il diversivo che fa per voi è senza dubbio No time to die, 25esimo capitolo della saga di James Bond. Per molte buone ragioni. Per innamorarvi di Lea Seydoux al terzo fotogramma. O di Daniel Craig nei panni dell’agente doppio zero come la farina più bistrattata del momento.
Se siete dei nerd dei motori vi innamorerete invece (anzi, lo siete già) della DB5, ovvero lady Aston Martin classe 1964, a bordo della quale i nostri si avventurano per l’ultima traversata in un immaginifico scampolo di Italia meridionale, e non solo. Paesaggi sospesi fra cielo e terra, dove il tempo è una convenzione inutile come sempre lo è per gli innamorati, e gli spazi travasano gli uni negli altri in barba a longitudini e latitudini. Dall'Italia alla Norvegia passando per il Regno Unito, la Scozia e la Giamaica.

Da Matera a Gravina, transitando per Maratea dove il genio del direttore della fotografia Linus Sandgren (a quel punto vi starete chiedendo come mai il cinema indipendente non sia ancora riuscito ad accaparrarselo, ndr) dà il meglio di sé. James e Madeleine scivolano sulla strada che da Sapri conduce alla piccola, luminescente perla lucana di Maratea amandosi come se avessero “tutto il tempo del mondo”, in una delle spiagge più piccole fra le molte che compongono i trentadue chilometri di costa, scanditi da “grotte, faraglioni, strapiombi e morbide spiagge davanti al più spettacoloso dei mari, ora spalancato e aperto, ora chiuso in rade piccole come darsene”. Parola di Indro Montanelli.

Per non dire de “I colori, l'aria di questa terra, il paesaggio così combinato. I colori soprattutto, sono colori primordiali”, marchiati nel Fuoco Grande di Cesare Pavese e Bianca Garufi, entrambi innamorati di Maratea e lui anche di lei, naturalmente non corrisposto. Verdi e azzurri. E mille altre tinture variopinte che compongono il mosaico delle case di questa città marina più che terrestre, compressa tra la vigorosa Campania e la spiegazzata Calabria. Guardata a vista nientemeno che da un Drago e da un Cristo, inversamente proporzionali.

Il Cristo Redentore più grande del mondo – dopo quello di Rio, s’intende – con i suoi 22 metri d’altezza, un'apertura alare delle braccia benedicenti di 19 metri e un viso largo 3 metri, eretto sulla cima del monte San Biagio. Il Drago invece misura pochi centimetri e pare abbia un temperamento eremitico: su tutti i posti pronti ad ospitarlo in ogni dove, la piccola lucertola bruno-azzurra ha eletto a dimora esclusiva l’isola di Santo Janni, uno scoglio affiorante nelle acque turchine di Maratea, che in fatto di celesti e blu, incluse tutte le note intermedie, se la gioca con i cieli d’Irlanda e i mari del resto del mondo. Da mangiarsela con gli occhi (Maratea, non la lucertola), ma non solo.
I fondali sono un giacimento di reperti, fra i più imponenti di tutto il Mediterraneo, e il tipo di anfore di età romana ritrovate proprio nei dintorni di Santo Janni fanno pensare che Maratea fosse uno dei più importanti centri di produzione del garum. Una salsa menzionata dal patriarca di tutti i gastronomi, Marco Gavio Apicio, nel De Re Coquinaria, prodotta dalla fermentazione delle interiora di pesce ed erbe aromatiche pressate e salate a strati.

Se il garum è ritornato in auge anche qui nella ricerca archeologica della gastronomia contemporanea, c’è un campione marateota che non è mai passato di moda: il pomodoro costoluto a forma di borsetta, che arriva a pesare fino a un chilo, sfoggia una polpa carnosa, dolce e profumata oltre che cromatismi accesi che vanno dall’arancio al rosso. Insomma, valeva la pena mettere in pausa il vecchio Kant per un giro in Aston Martin fino a Maratea. E se l’agente segreto con licenza di uccidere non dovesse avere quella di darvi un passaggio, con una vecchia Fiat ci si arriva lo stesso.