Love in Portofino

Non a caso Fred Buscaglione così cantava con la sua voce di velluto e il suo vibrato librato: perchè ci sono pochi paesaggi che pareggiano la popolarità internazionale, mondiale dell’arco a raggiera di casucce strette e alte, coloratissime, specchiate nella piccola insenatura del villaggio di Portofino.

Fotografato e riprodotto in cento puzzle, in mille cartoline, in centomila immagini: ripreso e ritagliato in decine di film, centinaia di documentari, migliaia di servizi, Portofino è un concentrato di italianità che agli occhi forestieri sintetizza una buona parte dei riferimenti al Bel Paese.

Certo oggi dell’antico borgo di pescatori, del Portus Delphini che già al tempo di Plinio aveva una sua rinomanza: per la presenza dei simpatici mammiferi, forse. Per la grande abilità nella navigazione, forse. Celti della tribù dei Liguri, dediti alla pesca per secoli, passati di mano infinite volte fino ai primi approcci dell’aristocrazia europea durante il mitologico “Grand Tour”. 

È a Guy de Maupassant, già all’apice del suo successo di scrittore e drammaturgo, che si attribuisce la prima testimonianza di questo Love in Portofino che ancora non consce soluzione, seppur con metamorfosi profonde. Attracca con il suo brigantino e basisce di fronte alla bellezza del luogo “senza tempo”. Dopo lui, infiniti altri.

Ancora oggi il tempo pare essersi fermato, in PIazzetta o sul lungomare: in passeggiata ti aspetti comparire qualche veicolo a trazione animale, signore in gonne gonfie, cappelli a tuba: da quasi due secoli Portofino è capitale di gusto e bellezza, senza confini e senza tempo.

E ancora più pare esserlo d’inverno, quando l’afflusso lungo l’unica strada è moderata, si può ancora udire il silenzio e il fruscio del mare, rari urli di gabbiani.