Le isole Tremiti

Nel passaggio da colonia penale a capolista del turismo pugliese, Tremiti non ha avuto il tempo di diventare ruffiana. Si è tenuta la pelle ruvida, rinsecchita dal sole e dalla salsedine, dalle asprezze della vita giocoforza marinara. Tremiti. Si scrive plurale e si legge singolare, come fanno i tremitesi, 472 secondo l’ultimo censimento ma gli stanziali d’inverno non superano le 150 anime. “A Tremiti”, dicono gli indigeni. La conta riesce facile, poco più di tre chilometri quadrati di terraferma, tanto misurano complessivamente le cinque isole. San Domino la più grande, l’unica abitata insieme a San Nicola, ma il calcolo della superfice include anche gli scogli affioranti di Capraia, Cretaccio e Pianosa.
Non sono ammesse le automobili. Il chiasso è appannaggio del mare, che quando si incazza sembra ti ruggisca contro. O delle diomedee, gli uccelli che di notte inzuppano l’atmosfera di vagiti come pianti di bambini. Come gli uccelli dal pianto umano le isole prendono il nome da Diomede, valoroso compagno d’armi di Ulisse nella guerra di Troia le cui spoglie si crede giacciano sepolte proprio qui. Nel transito dalla realtà al sogno e dunque alla leggenda, i miti affondano il loro apparato radicale negli spazi ultramondani fra cielo mare e terra.

“Sono anni che vengo tra queste terre benedette e uniche. Vengo perché non so o perché non ne posso fare a meno”. Parola di Lucio Dalla, di casa a San Domino, villa vista-mare e ombre proiettate su cala Matano: da qui il nome Luna Matana, album del 2001. Ventiquattro anni prima si era ritirato a Tremiti in un “travagliato esilio volontario”, firmando il primo album tutto suo, musica e parole. Quello di Disperato erotico stomp e Quale allegria: Come è profondo il mare. Ovvero un periplo scandito in anfratti, spelonche, affioramenti e vuoti pieni d’acqua, transitabili via mare.

La toponomastica attinge alla zoologia o alla botanica, a seconda. La grotta del Bue Marino ai piedi di Ripa dei Falconi misura 70 metri di profondità, e la luce che deve giocarsela con questi numeri si rifrange fino a tingere di blu anche le pareti.  La grotta delle Viole prende il nome dalle mammole che crescono spontanee sui costoni della roccia. Quella delle Rondinelle, retta da due pilastri naturali come una basilica, rende omaggio alle ospiti che qui nidificano in primavera. Poi c’è l’Architiello, che si dice porti bene alle promesse d’amore, e tutta una fauna rocciosa che sbuca in mezzo all’acqua, i Pagliai, piccoli e grandi faraglioni, lo scoglio dell’Elefante con la sua immaginifica proboscide allungata nell’acqua e le Punte speculari di Diamante e del Diavolo.

E poi c’è San Nicola. A piedi sarebbe una passeggiata di non più di 200 metri, ci si arriva con una delle tante barchette attraccate al porto.  Torri, fortificazioni imponenti, muraglie, chiese e chiostri. E soprattutto la mole severa di Santa Maria a Mare, sotto le fondamenta della quale si dice che giacciano le spoglie di Diomede anche se nessuno le ha mai viste.
Qualcuno invece giura d’aver visto lo scazzamauriello, spiritello domestico non proprio malvagio ma certamente dispettoso che inquieta le notti tremitesi. S’insinua nelle serrature e si piazza sullo stomaco dei dormienti, paralizzandoli. Leggenda – l’ennesima – narra che chi riesce a catturarlo è fatto ricco. In cambio della libertà versa valanghe di monete d’oro da impronunciabili orifizi. Lo giurano molti narratori. Ma nessun testimone. Perché il suono più profondo di Tremiti non è una voce. “Credo di aver portato in questo posto decine di persone – diceva Dalla -. Ho visto molti di loro piangere e altri addormentarsi alla luce brillica delle stelle e al più impetuoso silenzio mai ascoltato prima».