La misteriosa bellezza di San Galgano

All'interno della navata senza il tetto, facendo il classito girotondo di 360 gradi, hai l'impressione di stare dentro quei film di mostri dove il protagonista, e la di lui sempre avvenente fidanzata, si trovando nel ventre scheletrico di un enorme essere preistorico, con le costole che spuntano dal terreno, la spina dorsale interrata. Così è, del grande corpo di fabbrica dell'Abbazia di San Galgano, uno dei monumenti più fotografati del nostro paese (e non solo) e dei più presenti nell'immaginario collettivo, e non ad esclusiva causa della sua indubbia attrativa verso i cineasti che ne hanno fatto rispetuto uso.

La storia dell'Abbazia, la cui indagine lasciamo al curioso ben altrove data l'enorme mole di contributi in merito, è continuamente sovrascritta dalla sua leggenda, tanto che pur leggendo, spulciando, sarchiando le fonti si resta continuamente insoddisfatti. Che è un po' lo stesso senso di fascinosa insoddisfazione - o forse incompiutezza - che si prova proprio all'interno dello scheletro murario di San Galgano. Della grande, potente Abbazia restano soltanto le monumentali opere murarie, mentre il tempo e l'insipienza umana hanno perduto nel corso del tempo le altre pertinenze che la circondarono. Della virtù spirituale del luogo si ricorda una vicenda quasi ordinaria nel medioevo millenarista: un ricco, prodigo, scellerato giovine viene colto dalla Chiamata e folgorato sulla via di Damasco e poi finisce come immaginiamo: miracoli, beatificazione e celebrazioni ecclesiastiche e liturgiche alla moda del tempo.

Galgano pare realmente esistito, ma quello che si sa per certo è che i monaci cistercensi, forti di una solida posizione partimoniale, vollero costruire una grandiosa Abbazia nei pressi del precedente Eremo di Montesiepi,  che ci interessa perchè è lì che si trova la famosa Spada nella Roccia. L'edificio crebbe spedito, al pari della potenza dell'Abbazia che in virtù di lasciti e donazioni, oltre all'esenzione papale del pagamento delle decime, a cavallo del XIV secolo era una vera e propria potenza economica. Tanto che sono più le vicende temporali a tramandarsi che non quelle religiose. Ad esempio fu di nuovo per una questione di denari che iniziò il disfacimento dell'Abbazia, quando per monetizzare una parte dell'immenso patrimonio fu venduta la copertura in piombo del tetto, decretandone la rapida fine. A seguire il crollo del campanile, e la vendita anche della ponderosa campana al prezzo di bronzo da fusione.

Eppure è proprio questa caratteristica a rendere San Galgano unica: il tappeto erboso - nelle stagioni giuste - il cielo attrversato da nubi, la luce solare, radente al tramonto, che spiffera dagli occhioni e dipinge di seducenti colori caldi i muri e i contrafforti. L'impressione è davvero mozzafiato: ci si trova in quel non-spazio, in quegli ambienti che non sono proprio ambienti perchè la loro separazione dall'esterno è parziale, labile. Le altissime opere murarie come sipari appesi alle solide colonne incombono sullo sguardo con un insieme di fragilità e interrogativi che disorientano. Sconsigliatissimo visitare San Galgano nelle folle: va ricercata la quiete di qualche alba fuori stagione per auscultarne il battito antico.

Perchè poi resta aperto l'enigma della Spada nella Roccia, che la leggenda vuole confitta - nel terreno, dicono le fonti antiche - dallo stesso Galgano per decretare la fine delle sue dissolutezze e l'abbraccio della vita monastica. La Spada, infissa fino all'elsa a mo' di croce, è conservata sotto una teca nel vicino Eremo di Montesiepi. Nemmeno le indagini tecnologiche ci aiutano a capire come sia finità lì quella spada: ci confermano che si tratta di una spada del XII secolo, che è stata spezzata - per atti vandalici - e poi ricongiunta, ma le domande restano senza risposta. Anche quelle relative alla vicinanza di questo reperto all'altra e più popolare Spada, quella di King Arthur: che però è esistita nella fantasia di chi l'ha cantata. Anche se qualche studioso vuole vedere in certi incroci di certi personaggi un qualche parallelo tra la saga dei Cavalieri della Tavola Rotonda e questa Spada: noi ci nutriamo di queste sfumature: i secoli, la verità, il mito, una incredibile alchimia che trasforma, nel paesaggio italiano, una semplice rovina in un luogo iperuranio.