L'attacco della Fillossera

Non c’è narrazione sul vino e sulla vite che possa prescindere dal racconto della fillossera.

Nel mio peregrinare per cantine, più volte mi è capitato di cominciare la visita da un mazzo di barbatelle, piccole viti, sulle quali si può distinguere chiaramente, coperto da uno strato di cera lacca, l’innesto tra la radice di vite americana e la vite europea detta anche Vitis Vinifera per la sua predisposizione alla produzione di vino. Mostrare le barbatelle permette di introdurre l’attuale metodo di coltivazione della vite che trae origine proprio dal periodo di diffusione della fillossera.

La fillossera è un insetto nativo del Nord America dove vive in simbiosi con la vite americana. Questa specie di vite ha sviluppato con il tempo delle difese che le permettono di non subire danni consistenti da parte del piccolo insetto. Diversamente, la Vitis vinifera non è in grado di sopportare la convivenza con il parassita. La fillossera ne attacca l’apparato radicante causando gravi danni e favorendo la proliferazione di infezioni e funghi e nell’arco di due, tre anni la pianta muore.

Nel 1800, l’intensificarsi dei flussi commerciali e migratori tra Europa e America causò l’importazione di questo piccolo parassita. Partendo dalla Francia, l’opera di vivaisti e imprudenti agricoltori dediti alle sperimentazioni ne provocò la diffusione a macchia d’olio in tutto il continente. Le prime apparizione nei vigneti francesi risalgono alla seconda metà dell’800. Le viti cominciarono a morire e i produttori per arginare il flagello tentarono di tutto: dall’allagamento dei vigneti per distruggere tramite asfissia i parassiti all’insabbiamento delle vigne, in quanto si notò che in terreni sabbiosi, soprattutto di origine marina, la fillossera era molto meno virulenta se non addirittura incapace di svilupparsi. Alcuni provarono a spostare la produzione in altre zone scendendo verso sud. Ma questo non fu sufficiente per fermare l’avanzata del parassita. Rapidamente ed inesorabilmente la fillossera arrivò a colpire i vigneti di tutta Europa. La diffusione della piaga fu di proporzioni tali da temere che la Vitis vinifera e il vino da essa prodotto sarebbero scomparsi per sempre.

Per una vera soluzione efficace al problema si dovettero attendere circa trenta anni dall’inizio dell’“epidemia”, quando fu scoperta l’immunità radicale sviluppata dalla specie americana. In un primo momento, per tamponare la totale perdita di produzione, alcuni produttori provarono a vinificare direttamente i frutti della vite americana ma i risultati in termini qualitativi non furono neanche paragonabili a quelli della Vitis vinifera. La vera svolta giunse quando si comprese che poteva essere innestata la radice di vite americana sull’apparto vegetativo e riproduttivo della vite europea. In questo modo la fillossera non rappresentò più un pericolo per le radici garantendo allo stesso tempo ottimi frutti per la produzione di vino.

Con la tecnica dell’innesto fu possibile ricostruire intere regioni viticole ripartendo da zero. Purtroppo, però, migliaia di varietà autoctone di Vitis vinifera sviluppatesi nel mondo antico e medievale arrivarono vicino all’estinzione o, addirittura, scomparvero per sempre.

Con il tempo il metodo dell’innesto è divenuto il metodo per eccellenza per la coltivazione della vite atta alla produzione vinicola. Lo sviluppo di questa tecnica ha permesso di ampliarne la conoscenza scoprendo che la scelta dell’innesto può avere dei risvolti sull’adattamento della vite al tipo di terreno in cui viene piantata. L’utilizzo dell’innesto non è quindi più soltanto un metodo per il controllo della fillossera, che comunque è stata definitivamente resa innocua dalla sua adozione, ma è anche divenuto un metodo per trarre dei vantaggi sotto il profilo agronomico in termini di adattamento della pianta.

Esistono ancora delle zone del mondo in cui la fillossera non è mai arrivata o se è arrivata non è riuscita a sopravvivere. In questi luoghi si possono incontrare viti della specie Vitis vinifera cosiddette a piede franco ovvero con il proprio apparato radicante. I due esempi più famosi sono il Cile e alcune parti dell’Australia. In questi paesi il rigido controllo delle importazioni di piante ha permesso di evitare significativi attacchi della fillossera. Anche in Italia esistono alcuni luoghi in cui è possibile praticare la viticoltura a piede franco. Terreni molto sabbiosi o ad elevate altitudini, in cui questo parassita non riesce a sopravvivere. Le zone più conosciute in cui ci si può imbattere in piante a piede franco a volte anche molto antiche sono l’Etna, la Val d’Aosta e il Sulcis in Sardegna.

Ripercorrendo questa vicenda ci si rende conto di quanto l’intervento dell’uomo sia fondamentale nel processo di produzione del vino. Procedimenti come l’innesto, la potatura e la vendemmia non hanno niente di naturale, ma della natura non possono fare a meno. E l’arrivo della fillossera è servito proprio a rimarcare questo punto. Solo in una convivenza reciproca rispettosa delle esigenze naturali l’uomo potrà continuare a godere dei suoi frutti.