Il pesciolino

L’estate, secondo il calendario, è a un passo. Si parla, nel gran concistoro di scienziati, di togliere le mascherine all’aperto i primi di luglio. Finalmente, sono ripartite le attività commerciali che più avevano sofferto le chiusure. La vaccinazione prosegue a buoni ritmi, sono state approvate alcune cure e, non ultimo, senza più l’obbligo della quarantena in ingresso, stanno anche tornando i primi turisti in Italia.

Tutte belle notizie, no? Eppure, qualcosa mi stona. Se penso all’estate scorsa, dove ci eravamo illusi di una rinascita poi rivelatasi effimera con l’arrivo di ottobre, se penso a quell’atmosfera elettrizzata di un nuovo rinascimento, ai ristoranti, agli hotel di nuovo pieni, e penso in fine a quanto fossimo in realtà in una illusione, in un occhio del ciclone, in una calma solo apparente, con altre due drammatiche ondate ancora da venire.

Ecco, tutto questo si percepisce adesso. Quest’anno l’atmosfera mi pare più ombrosa, più caliginosa, come la cappa umida di questo cielo caldo. La lunga pandemia con le sue tre ondate ha lasciato ferite profonde sia nella psiche di tutti noi che nell’economia, e la ripartenza è piuttosto pastosa. Come quando si sta per lungo tempo in ospedale e si ha una certa cautela nel muovere i passi fuori: la ferita duole, il ricordo è ancora vivo, e la paura strisciante. Ci sono stati positivi, decessi, malati, professionisti che hanno perso il lavoro, o hanno chiuso le loro attività, pressochè in ogni nucleo familiare. Nessuno di noi è stato risparmiato in via diretta o indiretta dal CoVid.

La cautela e un andamento claudicante sono inevitabili: ci siamo accorti di avere una scadenza, di essere mortali, che una malattia può farci cambiare totalmente l’abc del nostro quotidiano. Succede ai singoli, alle nostre individualità, quando siamo colpiti da una grave malattia, o da un lutto, o da uno sconvolgimento di qualche tipo. La grande differenza è che, per la prima volta dopo secoli, questa agnizione, questa consapevolezza, ha riguardato la collettività, è stata subita a livello globale e contemporaneamente, e non come un isolato rovescio della sorte che può accadere a ognuno di noi e che può sanarsi con l’aiuto degli altri. Qui, eravamo tutti nella stessa situazione.

E ora, quando esco - e l’ho fatto appena ho potuto, appena hanno riaperto i locali, giocando al limite di ogni coprifuoco - ho come avvertito la strana sensazione di aver anticipato il rientro da un infortunio e che mi stia prendendo qualche rischio. Rivedo i miei amici e non sono in grado di decidere cosa fare: abbracciarsi? Baciarsi? E rimango come “coloro che son sospesi”. Mi sento stranito, smarrito, e credo che questa sensazione sia comune a tante persone.

Come un pesciolino che ha vissuto in un acquario e che ora è stato liberato: un po’ per abitudine, un po’ per atrofia muscolare, il suo perimetro natatorio è sempre lo stesso, circoscritto in una bolla d’acqua, malgrado abbia di fronte a sé il mare…

Continuo a coltivare un certo ottimismo di natura, e a questo mi aggrappo: del resto, il genere umano si caratterizza e si distingue dagli (altri) animali per una inesausta ricerca di felicità. E quando la ha trovata, la ha sempre trovata nell’attimo presente delle relazioni. Quindi: sono certo che ritroveremo le nostre consuetudini in un buon ristorante, fuori con gli amici, l’aperitivo, il pranzo della domenica, i venerdi verso le coste. Ma credo altresì che cambieranno le dinamiche e le modalità di suddette relazioni ritrovate. Non più aggregazioni abnormi, interferite e reificate, distratte dal digitale, ma piccoli gruppi autentici nei sentimenti, coltivati dalla presenza, nutriti dalla bellezza, elevati dalle arti e dai sensi.

Sotto questa luce, tutto il buio che abbiamo vissuto assume dei contorni meno tetri e può aprirci a una idea di Rinascimento, di “boom”, di ripresa. E il pesciolino potrà con fiducia tornare a esplorare la bellezza del mare.