Il Museo Ferrari a Maranello

Il nome di Maranello è indissolubilmente e imprescindibilmente legato al nome (e al mito) di Enzo Ferrari e della eponima scuderia automobilistica da lui creata nel 1929, quasi ormai 100 anni fa, con il celebre stemma del cavallino rampante. 

Così Enzo Ferrari, dietro i suoi enigmatici e affascinanti occhiali scuri, spiegava l’origine dello stemma: “Quando vinsi nel 1923 il primo circuito del Savio, che si correva a Ravenna, conobbi il conte Enrico Baracca padre dell’eroe; da quell’incontro nacque il successivo con la madre, la contessa Paolina. Fu essa a dirmi, un giorno: ‘Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna’. Conservo ancora la fotografia di Baracca, con la dedica dei genitori, in cui mi affidarono l’emblema. Il cavallino era ed è rimasto nero; io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore di Modena”.
Francesco Baracca era un famoso aviatore di guerra che, dopo aver abbattuto cinque aerei nemici, ottenne l’epiteto di “asso” e la facoltà di scegliere un simbolo di suo piacimento: quel simbolo fu un cavallino rampante, con gli arti anteriori sollevati. Baracca morì in battaglia nel 1918. Cinque anni dopo il giovane pilota Ferrari conobbe i genitori di Baracca che, come si legge qui sopra, intuendo la grandezza dell’uomo, investirono il giovane Ferrari della stigmate del cavallino rampante, alias del figlio ed eroico aviatore caduto qualche anno prima. 

Una investitura, un lascito emozionale, che ha fatto rombante storia. Come ben tutti sanno Ferrari, conclusa la carriera di pilota, decise di creare la sua scuderia e, anche grazie ai grandi successi conseguiti nel corso degli anni, creò uno dei marchi più iconici e apprezzati e amati in tutto il mondo, con auto non solo potenti e tecnologiche, ma anche belle, suggestive e di un acceso rosso fiammante, altro segno distintivo di casa Ferrari. 

Enzo Ferrari infatti amava ripetere: “Chiedete a un bambino di disegnare un automobile, la farà rossa”. Eh si, anche il colore delle Ferrari è per tutti rosso, il proverbiale rosso Ferrari. E, se da un lato Ferrari rispondeva così a chi gli chiedeva il perché, dall’altro una ragione un po’ più prosastica scioglieva la lirica di quelle parole: fino al 1968, a ogni nazione che competeva in gare automobilistiche internazionali, veniva assegnato un colore, anche per semplificare il lavoro dei cronometristi in periodi ancora non tecnologicamente troppo evoluti. Quindi, a tutte le scuderie italiane, Alfa, Lancia e Maserati, oltre alla Ferrari, era stato assegnato il rosso, e ognuna di queste quindi correva con la livrea rossa, differenziata solo da tonalità un po’ diverse. 

Il mito Ferrari è infinito. Le Ferrari, sia le auto da corsa che quelle da strada, sono un sogno. Lusso, design, tecnologia, bellezza. Un caro amico appassionato mi faceva notare che sono l’unica scuderia nel mondo, vale sia per le auto che per le moto, ad avere tifosi, indipendentemente dai piloti che le guidano. E Ferrari è sia macchina da corsa che macchina sportiva. A prezzi comunque elevatissimi. Un mito costruito quindi anche con grande sapienza e maestria. 

E una occasione per toccare questa epica pagina di italianità, dell’uomo Enzo, della migliore Italia possibile, di virtuosi progettisti, ingegneri, meccanici e designer, della grandezza assoluta racchiusa in questi scrigni a motore - “se lo puoi sognare, lo puoi fare”, era un’altra delle epiche frasi di Ferrari - , è il Museo Ferrari a Maranello. Anche chi non è appassionato non può non emozionarsi passeggiando negli ampi saloni del Museo, costruito accanto allo stabilimento principale. Ci sono tutti i principali modelli Ferrari, le produzioni sartoriali, le auto da corsa, in un crescendo emotivo e tecnologico che culmina nel salone dove sono mostrate le otto monoposto che hanno conseguito il titolo mondiale, incluse le registrazioni delle esultanze dei vari piloti campioni del mondo nelle comunicazioni coi box all’ultimo giorno: per ben cinque volte quella di Schumacher. Anche questa una emozione nell’emozione.  
 
Merita davvero fare un salto a Maranello, non lontano da Modena. Terre di motori, di sapori, di saperfare e di grande creatività all’ombra del cavallino rampante dell’asso Baracca e dell’ingegnere Ferrari.