Il Mart, e il Senso.

“Concepito con l'idea di polo culturale più che museo tradizionale, il Mart è un vero e proprio 'paesaggio contemporaneo'.

Con questo seducente incipit il Mart di Rovereto si presenta ai visistatori e ai curiosi, dando voce ad uno dei più interessanti esperimenti di spazio multifunzionale che la contemporaneità ci possa regalare.

Perchè al Mart bellezza e delizia -i n sintesi, cultura - non solo si fioranto e si toccano, ma diventano un tutt’uno grazie ad un intervento verticale, che parte dalle fondamente dell’opera architettonica fino all’ultimo “pezzo” di piccola pasticceria del ristorante "interno" di Alfio Ghezzi, un formidabile esempio di attualità gastronomica.

La sede di Rovereto, quella resa famosa anche nell’immaginario collettivo dalla cupola dall’ardita struttura, è stata inaugurata nel 2002, sulla base di un progetto dell’architetto ticinese Mario Botta in collaborazione con l’ingegnere roveretano Giulio Andreolli. Se il Museo ha una vocazione per l’arte contemporanea, si può comprendere l’afflato con tutte le forme di espressione dell’attualità ricordando che anche un famoso pastificio trentino, Felicetti, realizzò per l’occasione una trafila di pasta i cui “pezzi” rappresentavano letteralmente la cupola del Mart.

L’ingresso del Mart è volutamente spettacolare, quasi teatrale, ma nello stesso tempo richiama la piazza: uno spazio grandioso ma umano, un riferimento che attraversa le epoche dell’uomo senza soluzione di continuità come momente d’aggregazione e socializzazione. Un cardine al quale riferisco tutti gli ingressi ai vari “luoghi” del complesso. Il porgettista ne parla così: "La nuova piazza, coperta da una cupola vetrata, diviene il "cuore" baricentrico del nuovo complesso e nel contempo anche immagine dell'insieme museale che si organizza tutto intorno. É quindi lo spazio "vuoto", la piazza coperta, la vera matrice della composizione architettonica che proprio nella sua centralità focalizza l'idea primaria di questo progetto." [archimagazine.com].

Genio, bellezza, tecnologia avviluppano il visitatore guidandolo attraverso spazi razionali ed emozionali nello stesso tempo rendendo la visita necessaria, imperdibile: appagante.

Se poi all’ammirazione per l’opera architettonica, e per le straordinarie esposizioni che la abitano, si aggiunge una sosta al “Senso”, il ristorante di Alfio Ghezzi la giornata si può fare completa e memorabile.

La cifra più rilevante della Cucina del Senso è - in termini culinari - una specie di cambiamento dell'inclinazione dell'asse terrestre: sono infatti i vegetali che prendono il posto del protagonista sotto la luce del riflettore, e acquisiscono la nobiltà quasi del "main course" a dirla come gli angli. C'è tanto pensiero in questo sommovimento, che prende a partito i binari di questa strada: la stretta osservanza territoriale, più di sostanza che di dogma, perchè qui si amano le cose che "sono state poco in giro" più che le ossessioni campanilistiche e la ricerca del buono senza aggettivi.

Un’esperienza totalizzante, che parafrasando la denominazione davvero coinvolge i cinque sensi: da mane a sera, un viaggio inebriante.