Il Castello di Sammezzano

Non è trita retorica asserire che, se il Castello di Sammezzano si trovasse in qualsiasi altro luogo che non sia l’amato Stivale, questo rappresenterebbe una delle principali attrazioni turistiche del luogo.

Invece, si trova in Italia, nella florida provincia di Firenze, nel comune di Reggello, immerso in un suggestivo bosco, non lontano dalla celeberrima Abbazia di Vallombrosa e, malgrado sia stato luogo del cuore FAI 2016 e secondo classificato nel 2020, malgrado illuminati comitati civici come “Save Sammezzano” (a cui devo quasi tutte le fonti di questo articolo e a cui vanno i mie sentiti ringraziamenti) e “FPXA”, appelli di storici dell’arte, richiami alle istituzioni attravero plurime interrogazioni parlamentari, segnalazioni ai “7 Most Endangered Sites” (un programma di tutela europeo dei monumenti storico culturali più minacciati), fortunati appassionati che magari hanno avuto modo di visitarlo in uno dei programmati momenti di apertura parziale al pubblico, questo giace in uno stato di semi abbandono, precluso alle visite e con un futuro ancora tutto da decifrare, viste le articolate vicende della società che lo detiene.

Ma di cosa stiamo parlando? Il Castello di Sammezzano è un raro esempio di architettura eclettica con afflati orientalistici, paragonato, per la sua assoluta meraviglia, a strutture simili come le ben più note Alhambra di Granada in Spagna e il Taj Majal in India.

Pier Paolo Pasolini con “Il Fiore delle mille e una notte” nel 1974 e più recentemente Matteo Garrone, il grande cineasta - fra gli altri - de “L’Imbalsamatore” e “Dogman” - con “Il racconto dei racconti” e “Il Castello dei Tarocchi” (cortometraggio per il lancio della collezione 2021 di Dior), lo hanno  eletto come location per i loro sogni visivi. Articoli di giornali di tutto il mondo ne decantano la bellezza e chiedono come sia possibile che il castello e il suo parco stiano andando verso sittanta incuria.

Ma quale è la storia del Castello di Sammezzano e del suo principe visionario, il marchese Federico Panciatichi Ximenes D’Aragona?

Si legge negli annali storici che la presenza di una fortezza, edificata su ruderi di età classica, fosse attestata già ai tempi di Carlo Magno, quindi nel IX secolo dopo Cristo. Fino al 1600 la fortezza è appartenuta alla famiglia dei Medici di Firenze. Nel 1600 circa entra in gioco la famiglia spagnola degli Ximenes d’Aragona, che acquistano Sammezzano e, col correre degli anni, si intersecano con la nobile famiglia pistoiese dei Panciatichi. La fortezza dal Seicento in poi si fa meno “medievale” e più gentile, aggraziata, più “barocca” nello stile.

Ma è nella seconda metà del XIX secolo, con il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes che Sammezzano entra nella leggenda degli edifici più sublimi e misteriosi. Personaggio coltissimo, ironico, visionario, appassionato di culture esotiche e mondi lontanissimi, si forma nella fornitissima biblioteca di casa e trasforma completamente il castello e il parco che lo corona in un mirabolante edificio in stile eclettico – orientale. Quindi: stucchi, incisioni, mirabolanti policromie, colonnati, archi ipnotici, segni misterici, giochi di luci e specchi, in un insieme extra-ordinario, sfolgorante e scintillante, che lascia realmente senza parole e con gli occhi gonfi di stupore il fortunato visitatore.

Anche il parco racconta il gusto per l’esotico e l’eclettico, sia con piante locali che con specie alloctone. Nel parco di Sammezzano vi è una delle sequoie più alte d’Italia nonché la più alta concentrazione d’Europa di questo magniloquente albero.

Mutatis mutandis, qualche decennio dopo, Gabriele D’Annunzio avrebbe creato il suo complesso, il Vittoriale, come proiezione brillante del suo ego, della sua “vita inimitabile”, sulla stessa linea ma, mi permetto di dire, in forme meno riuscite del Panciatichi a Sammezzano.

Nel 1870 in una delle sale il Panciatichi, non troppo visibile, aveva fatto incidere la seguente scritta: “Pudet dicere sed verum est publicani scorta – latrones et proxenetae italiam capiunt vorantque nec de hoc doleo sed quia mala – omnia nos meruisse censeo anno domini MDCCCLXX”.
Questa è la traduzione: “Mi vergogno a dirlo ma è vero, esattori, prostitute, ladri e sensali tengono in pugno l’Italia e la divorano. Ma non di questo mi dolgo, ma del fatto che ci siamo meritati i nostri mali. Anno del Signore 1870”.

Sembra quasi Povera Patria di Battiato scritta nel 1991. Ferdinando muore nel 1897 e ora che siamo nel 2021 le cose direi, con un po’ di amaro imbarazzo visto l’amore sconfinato per la mia terra, non sono del tutto risolte. Di certo, ci siamo lasciati sfuggire dalle mani, come sabbia che si prova a stringere fra i pugni, il sogno a occhi aperti del grande marchese visionario.

Ma non voglio chiudere questo articolo con pessimismo. Sto seguendo il gruppo di lavoro dietro Save Sammezzano e sono certo che tanta pertinace volontà, tanta qualificata determinazione, tanto amore storico-artistico, verranno premiati e un giorno il Castello di Sammezzano sarà restituito a noi, al marchese e a tutta Italia.

Foto: courtesy Save Sammezzano