I marroni di Castagno d’Andrea.

Parcheggiamo la macchina in una piovosa giornata di inizio novembre al parcheggio sottostante la chiesa di Castagno d’Andrea. Poche altre case: una bottega, un circolo e tanto umido silenzio. Ci troviamo nel cuore delle foreste casentinesi, fra il Falterona e il Monte Falco, in alta Toscana.

Castagno, paese natale del celebre pittore rinascimentale Andrea del Castagno e uno dei luoghi così tante volte “camminati” dal poeta novecentesco Dino Campana, è coronato da meravigliose marronete, boschi di castagni coltivati da sempre per la raccolta della castagna, del “marrone”.

Questo è il periodo dell’anno in cui il bosco - fitto, aspro, tumido - è più intenso e le sue narrazioni più misteriose.  Siamo a Castagno proprio per addentrarci dentro quelle linee sottili che si incuneano nel bosco,  mangiate dalle selci, dai castagni, dai muschi. È sera e ormai buio quando, muniti chi di impermeabile chi di ombrelli (più scomodi, e meno affascinanti) ci addentriamo in serpentello di sassi arrotondati e foglie secche, di ricci chiusi e lombrichi, di lumache e di rospi beati, con i nostri scarponi che crepitano e scricchiolano in questo silenzio di suoni naturali, come il battito costante, ritmato della pioggia novembrina. Le torce illuminano angoli parziali, visioni quasi spettrali, che impongono un confronto massimo con la propria attenzione e la propria presenza. A non scivolare. A non inciampare. A non mettere male il piede. A non perdere il gruppo. A prendersi cura del proprio sé. E questa attenzione introietta dentro ognuno di noi, ci imbibe, di profumi del sottobosco, dell’umido, dei muschi, delle castagne, di foglie venose e incanutite. Una passeggiata che scarica via una settimana di ansie lavorative, di orari da rispettare, di diligenti compiti svolti. Non siamo almeno qui e almeno ora ingranaggi di un sistema ma anime che si muovono, che respirano, che vivono.

Dopo un po’ di cammino in non lieve pendenza, scosceso e dinoccolato, con la pioggia che ormai si confonde con qualche perla di sudore nella fronte e lungo il collo (è novembre, siamo a 800 metri sul livello del mare, ma non è ancora freddo), di lontano si intravede una sagoma scura con rettangoli di luce gialla. Pian pianino che ci avviciniamo lo scuro diventa pietra, i rettangoli finestre e l’insieme somma una casa: la porta si schiude, la forza della luce artificiale quasi ci abbaglia, gli occhiali si appannano, le guance arrossano e un sorriso ampio ci accoglie.

Per non portare fango e bagnato dentro casa, ci spogliamo prima dell’uscio, sotto una tettoia per gli attrezzi, fra ceste, vanghe, erpice, qualche frutto in maturazione. Via le scarpe, via l’impermeabile intriso di acqua. Entriamo.

La casa è quella che ci si aspetta esattamente dopo una camminata al buio nel bosco fra la pioggia e il silenzio. Un enorme camino dell’Ottocento domina la stanza principale. Un camino abitabile, coi canti del fuoco dove due di noi prendono immediatamente dimora. Gli altri, fra i quali io, attorno a un grande tavolo di legno. La famiglia di Beppe, vive di agricoltura – grani, castagne, ortaggi – con un po’ di produzione di salumi e di formaggi. Beppe ci accoglie con del vino dolce e mette subito al fuoco del camino dei “marroni”, con la padella traforata che avevano anche i miei nonni. L’aria si addolcisce, il palato viene titillato dal quel liquido mellifluo e carezzevole. I marroni ogni tanto vengono scossi con un colpo di polso sul manico nerboruto della padella.  Il profumo di “bruciate” permea la stanza. Il tavolo diventa ciarliero, di parole profonde condivise con estranei, in una girandola fra espiazione e confessione. La morte. La paura. Le scelte. Le bruciate sono in mezzo a noi, dentro un asciughino per farle spurgare l’umido (“pisciare” si dice in Toscana, ma l’espressione proprio non mi piace). Tante mani si intrecciano per prenderle e compiere il rituale della sbucciatura. Parole che si fanno frasi masticate insieme alle castagne. “Quest’anno sono particolarmente buone, sanno di sole”, ci dice Beppe.

E’ ormai buio pesto. Ripercorriamo a ritroso il bosco fino alle auto accanto alla chiesa di Castagno. “Ai tempi di Campana c’era soltanto la chiesa e qualche casa attorno a formare il paese. Ora le case sono tante, ma quasi tutte vuote” - ci dice Emiliano, il nostro capogruppo, guida ambientale, fotografo, scrittore colto e raffinato, a cui devo i ringraziamenti per avermi fatto sentire parte armonica di un magico tutto per qualche ora.