Gli Uffizi

Da fiorentino confesso di aver sempre guardato alle code degli Uffizi con un po’ di distaccato snobismo.

Quasi spregiando che, per molti, Firenze rappresentasse, quasi sempre, solo una caotica ed effimera toccata e fuga, uno spuntare in un foglietto stropicciato i tre/quattro luoghi iconici da non perdere - Piazza del Duomo, Piazza della Signoria, la visita agli Uffizi, appunto, e, magari, se il tramonto è bello, sigillare il tutto con un bacio fra innamorati dal Piazzale Michelangelo – per poi farsi belli con gli amici e sospirare: “Ah, Firenze, ci sono stato…”.

Poi, è arrivato marzo 2020 e la città si è svuotata. Strade deserte. Eventi cancellati. Locali costretti a stare chiusi. Siamo a maggio 2021 e la città è ancora vuota. 14 mesi di una rivoluzione dalle conseguenze non ancora chiarissime, ma da un punto di vista economico e sociale senz’altro negative.

Molto spesso la cronaca e i media si sono concentrati sulle decisioni (legittime o no - non è questa la sede) prese sulle chiusure delle attività al pubblico. Poco spazio invece è stata dato alle chiusure di musei, teatri e cinema: per il macro comparto della cultura un interruttore posto sull’off quasi da subito su cui poco si è scritto (e ancor meno si è fatto).

Personalmente, l’ho trovata una delle ferite più laceranti, soprattutto quando le regole (fra chi far riaprire, o tenere aperto, e chi no) sono state imposte dall’alto secondo algidi parametri di funzionalità e opportunità produttiva: inevitabilmente, lo scrivo con infinita amarezza, nutrire l’anima, provare una emozione, vivere un momento di rapimento nel bello, sono state derubricate a inessenziali. Così è, se vi pare. Di conseguenza, seppur fra molteplici precauzioni e inevitabili cautele, abbiamo salutato con un certo ottimismo non solo la necessaria accelerazione del piano vaccinale ma anche le riaperture di teatri, cinema e musei previste dal 26 aprile, per quelle regioni ritornate in zona gialla.  

Anche gli Uffizi - con tutto il complesso: Giardino di Boboli, Palazzo Pitti e Corridoio Vasariano -, torneranno a “riveder le stelle” dal 4 maggio.

Gli Uffizi devono il loro nome alla funzione per la quale erano stati concepiti: un progetto di lunga gittata voluto da Cosimo I de’ Medici e curato prima dal Vasari e dal Buontalenti poi. Ospitare gli uffici amministrativi e giudiziari della Firenze medicea. Luoghi di lavoro, di scartoffie, atti e burocrazie, insomma, che fin da subito - siamo nella seconda metà del Cinquecento - furono ingentiliti (con un approccio mecenatistico - caratteristico della Firenze rinascimentale) con opere d’arte del periodo, pitture e anche statue. Fu solo nel 1789, una data del destino, soprattutto in Francia, che gli Uffizi, per volontà della famiglia dominante ai tempi a Firenze, divennero “solo” un museo. Il resto è storia ben nota a tutti ed è pleonastico ribadire che gli Uffizi sono ora fra i primissimi musei al mondo, con una straordinaria collezione di opere d’arte e, aspetto non meno rilevante, anche se non fossero arricchiti da così tante arte, sono comunque un meraviglioso complesso architettonico di ambienti, corridoi, palazzi: provate a passeggiarvi, a visitarli anche senza guardare le opere d’arte, attraverso Firenze, attraverso palazzi, e chiese, godendo di una vista speciale sui monumenti, sull’Arno, sul paesaggio urbano e sulle colline circostanti, sentendovi per un momento una “signora”, o un “signore” che cammina sopra tutto e tutti, non si confonde, si circonda del bello, come facevano i Medici nel Rinascimento.

Ci vorrà ancora del tempo per far tornare le fila di turisti. Per opposto, può essere davvero questa una occasione unica per visitare gli Uffizi senza la solita ressa, senza l’obbligo di sostare il meno possibile davanti a ogni opera perché tutti la possano vedere, con l’opportunità rara davvero di vivere gli Uffizi, prendendosi il proprio tempo, accanto e dentro l’arte. Le mie opere preferite? Ne cito tre, di pittura: La Giuditta di Artemisia Gentileschi (ci vedo tutta la forza e la bellezza della artista, la sua mano aggraziata e decisa), la Battaglia di San Lorenzo del casentinese Paolo Uccello – un gioco di prospettive e tensioni sublime, da grande maestro -,  La Battaglia di Ponte dell’Ammirato, la garibaldina opera del siciliano Guttuso: fierezza e dramma.