Finale Emilia

Città millenaria, di confine fin dalla sua origine, ora divide la provincia di Modena da quella di Ferrara, e la sua parlata un po’ zanzarosa un po’ slabbrata risente in modo evidente di entrambe le influenze. Nei secoli stava a guardia del limine tra Stato Pontificio e Ducato di Modena: poco avvezza alle cortine di ferro per la sua natura di luogo aperto e porto, e non è solo un giuoco di parole. 
Tre canali, otto ponti, Finale era luogo epigrammatico della vita medioevale prima, rinascimentale poi in pianura padana. Grandi vie d’acqua, naturali e umane, i canali navigali, i luoghi di sosta dei cavallanti e dei barcaioli, gente sempre alla ricerca di un pasto satollante e di un bicchiere.  

Ricca, divenne interessante per una rigogliosa comunità di religione ebraica, che tra le preparazioni più nutrienti aveva questa torta composta da strati di pasta d’acqua e farina e grasso d’oca. Um milione di calorie al boccone, quello che serviva in quella magra economia. Nomen Omen, divenne “torta degli ebrei” la cui ricetta rimase segretissima per secoli.  

La leggenda vuole che fu un convertito, vituperato dagli ex correligionari, a divulgare tra i Gentili la ricetta.
I quali, gnoccofrittisti convinti, ci misero un amen - absit iniuria verbis - a infilare lo strutto nella Tibùia e a trasformarla nella più autentica e sincera specialità locale. Assieme all’Anicione, distillato d’anice (e non infuso) di cui altrove parleremo.  

In omaggio all’evoluzione lessicale, giusto per stare lontano da qualsiasi illazione, l’antica torta degli ebrei divenne la Sfogliata di Finale Emilia, cambiando il corso della storia nel XIX secolo più o meno quando il Panaro, che passava proprio ai lembi del centro, fu deviato e interrato. La “piccola Venezia” oggi di quelle antiche acque ha solo un ricordo topografico: dall’alto le attuali via Marconi e Trento e Trieste ricalcano l’antico tracciato del fiume, così come alcune trattorie del luogo conservano solo nella memoria l’antico sguardo sul letto del fiume.