Etruschi, bellezza e mistero

In quasi ogni angolo della Toscana e dell’alto Lazio emergono continuamente attestazioni di una antichissima civiltà, gli Etruschi, che nel periodo di massimo splendore -  dal IX al I secolo a.C. circa - ingentilivano un ampio areale che dalle terre del Po lambiva quasi la Campania.

Gli Etruschi rappresentano per gli antropologi un casus decisamente fuori dal solco delle classiche liturgie di studi, documenti e fonti che, di solito, permettono di inquadrare nella giusta prospettiva storico-culturale e sociale un popolo.

Gli Etruschi? Artisti non eccelsi, navigatori mediocri,  poco inclini alle guerre, ossessionati dalla morte e, in virtù di questo spettro, attanagliati in un moderno ed epicureo hic et nunc che li portava a un raffinatissimo “vivere di gusto”, di cui intravedo molte analogie col modo di essere di noi italiani.

Lo faccio passeggiando nel parco archeologico di Baratti - Populonia, sotto Livorno, in Toscana, col vento salmastro che mi sbatte in faccia questa fresca aria di maggio. Davanti a me, l’azzurro multicolore del golfo naturale di Baratti - un porto nella sua semantica accezione - si confonde nel verde di sterpaie di mirto, ginepro, orchidee selvagge che si inerpicano risalendo fino alla parte alta: Populonia, perla fra le città-stato etrusche e oggi delizioso villaggio arroccato sul mare toscano.

Mi fermo in una panchina di pietra e chiudo gli occhi. Mi immagino di essere un principe etrusco in un maggio ventoso e limpido di 2500 anni fa. Nell’insenatura di Baratti stanno entrando navi dalla vicina isola d’Elba, da cui si estraevano i metalli, e ne stanno uscendo altre cariche di lavorati di ferro (anche armi) da vendere altrove. Attorno a me schiamazzano queruli e giocherelloni alcuni bambini. I profumi del mare e della macchia mediterranea si intrecciano con quelli più intensi di cibarie in preparazione che arrivano dalla città. È quasi ora di pranzo e mi unisco a una tavola calda di Populonia: oggi si cucina l’aulopias, un piccolo salmone pescato nelle acque dell’arcipelago toscano. La ricetta è semplice: cottura al fuoco con tanto aglio, olio e del farro ad accompagnarlo. E ovviamente il vino. Con me siedono sul kline, nella classica posizione semisdraiata, con il palmo della mano a sorreggere la testa, due fanciulle che ciarlano amabilmente (oddio, la lingua etrusca con quei suoni gutturali non si addicono loro), i cui abiti a la page  - stoffe di porpora di Tiro, le più pregiate dell’antichità -, lasciano intravedere le sinuose forme e parte delle “grazie”: che belle le donne etrusche, le più belle, libere e indipendenti di tutte. Mi viene da pensare che nella vicina Roma, o in Grecia, le relegano in casa e quasi non le considerano: vabbè... Le ragazze qui con me - che nel frattempo mi si sono presentate -  si chiamano Aula e Tosca - sono profumate di unguenti e creme e hanno occhi corvini allungati con lunghe ciglia truccate: al vino preferiscono un calix di latte di capra e dopo un po’, mannaggia, si alzano e se ne vanno. Chiedo all’oste Sergio un po’ di miele e fichi secchi per stemperare l’amarezza di quello che sarebbe potuto essere e non sarà, mangio, pago, saluto.

Il pomeriggio è ancora lungo – finalmente la bella stagione si sta aprendo in tutto il suo splendore – e mi reco per un simposio in un locale poco distante, per una partita a kottabos e un paio di calix di vino del Falerno. “Bravini anche i romani col vino, soprattutto coi bianchi”, penso meco. Ho ancora in testa il ricordo agrodolce della bellezza e dei profumi di Aula e Tosca e vorrei mandarlo via coi resinosi effluvi salmastri del vino.

Un violento strappo di vento mi riporta al 2021. Mi devo essere addormentato. La mia passeggiata nell’acropoli di Populonia è ormai volta al termine.  Dovevo per forza venirci: l’altro giorno ho letto che un recente studio universitario avrebbe smentito la teoria che gli Etruschi provenissero dall’Asia minore, a favore di un genius loci del tutto autoctono e individuabile in una piccola zona pedemontana poco nota dell’Italia: il Casentino in Toscana, il “mio” Casentino. Mi sono sentito più che mai orgogliosamente etrusco…

Ed è incredibile percepire come gli odori di ginepro e rosmarino portati dalle spire di zeffiro siano gli stessi che, nella mia fola, portavano addosso Aula e Tosca: il profumo della malinconia, delle occasioni perse e degli Etruschi, il popolo che più di tutti ha cercato di valorizzare il breve lasso di tempo che ci è concesso in vita: amore per la convivialità, per il gioco che incontra la discussione filosofica, per l’evoluta emancipazione della donna, per la bellezza, per la vita e i suoi gusti.