Capitano, mio capitano: l'artefice di Villa Taranto.

Pare che il capitano e cavaliere di Gran Croce Neil McEacharn, se ne stesse comodamente seduto sul più letterario dei convogli ferroviari - l’Orient Express, naturalmente - quando lesse sul Times l’annuncio di una villa con vista panoramica in vendita sul Lago Maggiore; precisamente a Pallanza, frazione di Verbania.

Sir Neil, scozzese purosangue, non ci pensò due volte.
Acquistò l’immobile e i terreni intorno con lo spirito decisionista che la storia gli riconosce, quello che gli aveva fatto preferire la carriera militare al destino del padre, insegnante d’inglese alla corte di Benito Mussolini.

Nessuno può dire se sentisse in cuor suo di tradire la missione d’uomo d’armi ogni volta che -portando la divisa in giro per il mondo- la sua attenzione s’appuntava su alberi, arbusti, fiori, creature vegetali minime o ciclopiche, terrestri o d’acqua.
Quel che è certo è che della vita del militare non si serbano tracce. Resta invece il sogno realizzato di mettere a dimora il giardino delle meraviglie più meravigliose che si fossero mai viste, e quel giardino porta il nome di Villa Taranto. Sebbene si trovi in Piemonte.
Per i botanici di giurata fede è il giardino più bello del mondo; al punto che le bellezze in fiore della reggia di Versailles devono accontentarsi di un dignitoso secondo posto, che però non è un primato.
Quello, su scala planetaria, appartiene all’opera compiuta del capitano McEacharn, che nel suo circo Barnum di architetture vegetali -donato allo stato italiano- ha radunato esemplari provenienti da tutto il mondo.

La visita non richiede un bagaglio di conoscenze botaniche, che in certi casi rischierebbe di anestetizzare lo stupore, ma chiede di tenere gli occhi aperti per i sette chilometri di mirabilia che germogliano un passo dietro l’altro scanditi da serre, giardini terrazzati, aiuole floreali, erbari.
Ecco come ritrovarsi in meno di un amen in un film di Miyazaki più che fra le pagine di un libro di un Lewis Carroll. Immaginarsi di fronte alle Victoria Cruziana, le gigantesse fra le ninfee che, dal Rio delle Amazzoni mostrano il miracolo di foglie che sfiorano i due metri di diametro -nate da semi grandi quanto un pisello-.

Lasciarsi raccontare la storia dell’Emmenopterys Henryi, originario delle foreste temperate della Cina e piantato a Villa Taranto nel 1947: bisognò aspettare l’estate del 1971 per vederlo fiorire, e quella memorabile fioritura fu la prima mai vista in tutta l’Europa; dove l’albero era stato introdotto per la prima volta nel 1907.
E poi c’è l’albero dei fazzoletti, che con le sue grandi brattee bianche che ondeggiano al vento guadagna il nome sentimentale alla Davidia Involucrata. La Pseudo Camelia, col tronco che si sfalda a scaglie fra il rosa e il ruggine. A Villa Taranto ci sono tutte le camelie del mondo, o pressoché.
Le querce, gli aceri e le magnolie, i pini e le felci arboree.

Ovunque lo sguardo si aggiri è impossibile inciampare in qualcosa di brutto, o di meno che stupefacente. E se accade di incrociare gente armata di rastrello dall’aria laboriosamente qualunque, l’imperativo è non lasciarsi ingannare: sono i giardinieri. Coloro che sanno tutto quel che c’è da sapere perché Villa Taranto continui ad essere sorprendentemente se stessa.
Gente che piaceva al capitano Neil, che riposa con gran soddisfazione nel mausoleo al centro del suo capolavoro.