Alta Val Tidone

Piacenza è la più interna delle province dell'Emilia, e fin dal tempo di Marco Emilio Lepido concludeva il percorso della Via Emilia proprio sul fiume Po. Poi la strada prese la via di Mediolanum, con alterne vicende e progetti non del tutto coerenti con l'incredibile rettifilo che quasi senza pieghe trafigge la pianura a far luogo da Rimini.

E strada è anche quella che risale la valle del Tidone, moderatamente bizzoso corso d'acqua a carattere torrentizio le cui sorgenti sono individuate proprio in altitudine, a quasi mille metri, dove la valle sconfina in territorio pavese. O forse è il confine amministrativo che, come spesso accade da queste parti, trascende gli ambienti naturali tracciando regole arbitrarie, non sempre coerenti con il sottotesto.

Ultimo scossone alla complessa architettura pubblica montana, il raggruppamento di tre comunità sotto l'insegna di un unico comune "sparso". Nibbiano, Caminata e Pecorara - il primo con funzione di capoluogo - furono dunque accorpati assai di recente, addirittura nel 2018. Importa però dire che l'areale orogeografico non è del tutto sovrapposto con i confini regionali, tanto che l'Oltrepò pavese e la Liguria, adiacenti, tendono a sfumare le proprie peculiarità in quelle piacentine. Argomento complesso, fors'anche complicato: le genti sono assai più mòtili degli stati, e i confini sono mannaie che a volte non rispecchiano appieno l'anima dei luoghi

Ebbene l'Alta Val Tidone è soprattutto luogo di bellezze: attraversarla in motocicletta, in bici, a piedi, e anche in auto se non si ha fretta e non si temono le centomila curve è un viaggio di enorme piacevolezza. Oltre al paesaggio schiettamente appenninico il territorio è ricco di chiesette in pietra e castelli che i signori del tempo - i Romani, i Longobardi, gli Obertenghi, i Malaspina prima e i Farnese poi fino ai giorni nostri videro bene l'importanza di questa via per il mare: in pianura la via Emilia e la rete di canali portavano merci ed eserciti, e controllare la Valle era motivo di grandi contese.

Ma oltre alla bellezza, la moderata altitudine e il clima favorevole, oltre a terreni ubertosi, offrono generosamente bontà che la tradizione gastronomica locale trasforma poi in veri e propri racconti di storia. E laddove non è la storia è l'iniziativa umana a creare e inventare. Come la coltivazione di un interessante zafferano, assai pronunciato al sapore come all'aroma; o le vellutatissime patate; l'olio, i funghi ipogei di cui pare essere ricco il territorio. E su tutto questo compare la versione ennesima di impasti poveri di acqua e farina, che nelle valli memiliane fioriscono in mille versioni. Più affini alle crescentine modenesi che alla "torta fritta" parmigiana o al gnocco fritto reggiano, queste panelle oblunghe di pasta di pane a volte mischiato a farina di mais vengono "battute" e cotte al forno. Batarö (pronuncia: [batɐ'ɾø] e il suo nome, e lo si mangia farcito con pancetta e gorgonzola. Curiosa questa contaminazione lombarda con l'ottimo salume locale, che una volta in piu mostra che la tradizione è cosa liquida e non incisa nella pietra.

Sono prodotti legati alle persone che testardamente abitano quesi luoghi e ne desiderano perpetrare la prosperità: non a caso Le Denominazioni Comunali consolidano le consuetudini in disciplinari che consentono di comprendere a fondo lo spirito e l'anima di questi luoghi straordinari.

In foto alcuniprodotti De.Co. e le loro rielaborazioni dello chef Paco Zanobini. Ringraziamo la Strada dei Sapori e Vini dei Colli Piacentini per la conoscenza e gli assaggi.